Le esperienze con FARE SCUOLA: Taranto

Un giorno, i bambini della  del quartiere Paolo VI hanno scritto su una manciata di fogli bianchi i primi diritti che veScuola Falcone, Taranto, Fare Scuolanivano loro in mente, quelli che ritenevano essere i diritti fondamentali che ogni scuola – ogni città, ogni paese – dovrebbe rendere visibili, far toccare, afferrare, modellare con le mani. Quei fogli, scritti a stampatello e corredati da disegni colorati, sono poi stati raccolti dai maestri e appesi nel corridoio della scuola. Così chiunque ha potuto leggere che i bambini hanno il diritto ad avere le scarpe chiuse, così non si fanno male. I bambini hanno il diritto di costruire una casa sull’albero. Il diritto ad andare allo scivolo e ad avere un parco. Il diritto di togliere i mafiosi, i cattivi. Il diritto di ascoltare e essere ascoltati. Il diritto di parola quando parlano i grandi. Il diritto ad avere banchi più lunghi e più larghi. Il diritto ad avere una sala per gli esperimenti…

Sono nato a Taranto. Per cui è da quando sono bambino che sento parlare di Paolo VI, l’enorme quartiere che sorge a due passi dalle ciminiere dell’Ilva, lontano dal resto della città, tanto slegato da essa che i suoi abitanti quando devono recarsi in un altro quartiere dicono sbrigativamente andiamo in città, come se non ne facessero parte. Nei loro discorsi, il noi è sempre separato dal resto del tessuto urbano.

Mio padre ha insegnato in una scuola media del quartiere, che si chiama così perché fu costruito dopo una visita del pontefice, dal 1984 fino a quando non è andato in pensione due anni fa. Per me il quartiere è stato sempre filtrato attraverso il suo sguardo e i suoi racconti quotidiani, di ritorno da scuola.  Molto presto, quello che era stato pensato come un suburbio-dormitorio per gli operai del siderurgico si è trasformato in un grigio aggregato di casermoni privo delle più elementari infrastrutture. In particolare le case bianche, palazzine e caseggiati di edilizia popolare che formano un alveare, si sono trasformate nella periferia della periferia di una città periferica, un’area con alti tassi di disoccupazione e di dispersione scolastica, segnata da una violenta guerra tra clan mafiosi tra la fine degli anni ottanta e l’inizio del decennio successivo. La scuola media in cui mio padre ha insegnato per buona parte della sua vita si chiamava Ungaretti ed era la scuola media delle case bianche. La Falcone  è invece la scuola primaria della zona.Scuola Falcone, Taranto, Fare Scuola

Oggi la periferia della periferia è molto cambiata rispetto al clima plumbeo di trent’anni fa. Ma – proprio come allora – le scuole continuano a essere l’unica presenza istituzionale del quartiere, assieme alla parrocchia, un ospedale e la caserma dei carabinieri. L’unico punto di aggregazione. L’unico luogo in cui vi si svolgono delle attività, si creano relazioni, se si escludono le sale giochi e le sale biliardo disseminate come funghi tra i casermoni.

“Fare scuola qui è più difficile che altrove”, mi ha sempre ripetuto mio padre.

Negli ultimi anni gli edifici scolastici del quartiere sono stati oggetto di una incredibile, inquietante, serie di furti e depredazioni, come se quell’unico punto di aggregazione non fosse un luogo da vivere e far vivere a bambini e ragazzi, ma un frutto estraneo da strappare, saccheggiare, privare di finestre, rame, infissi, mattonelle, lavandini, o semplicemente allagare, imbrattare, sventrare in un misto di furia e alienazione. Dopo che mio padre è andato in pensione, e che le ultime classi dell’Ungaretti sono state trasferite altrove, l’edificio in cui ha passato buona parte delle sue giornate è stato completamente distrutto. Oggi ne rimangono a mala pena i muri portanti.

La Falcone invece è ancora lì, benché sia stata anch’essa oggetto di ripetuti atti vandalici, come del resto anche l’altra scuola media del quartiere, la Pirandello, con cui costituisce un unico plesso. Nel settembre scorso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deciso di inaugurare qui l’anno scolastico, perché – come ha detto nel suo discorso – “quando si danneggia una scuola viene ferita l’intera comunità nazionale”. E proprio qui il Progetto Fare Scuola, ideato dalla Fondazione Reggio Children e Enel Cuore, ha deciso di dar vita a uno dei sessanta interventi pensati per scuole primarie e dell’infanzia disseminate in tutta Italia.

Così, dopo un sopralluogo e un fitto dialogo con la dirigente Antonia Caforio e gli insegnanti, è stata realizzata un’aula polifunzionale ed è stato ripensato un angolo dell’atrio a piano terra. Entrambi gli interventi sono stati realizzati tenendo bene a mente i “diritti” formulati dai bambini.

Quando sono entrato nell’aula polifunzionale della Falcone, mi ha subito sorpreso il calore dei colori da cui ero circondato. Parquet di legno chiaro e morbido al posto del freddo pavimento. Tavoli bianchi più larghi e più lunghi, esattamente come chiesto dai bambini. Sedie verdi disposte in cerchio, cuscini sagomati di un verde più scuro lungo le pareti, materassi gialli, panche dagli angoli smussati delle stesse tonalità. Una bacheca, Scuola Falcone, Taranto, Fare Scuolauna libreria a scaffali. E poi, in un angolo, una parete lucida su cui proiettare immagini con cui interagire.

Uno dei due tavoli più lunghi e più larghi era invaso da castagne, noci, cachi, pigne, foglie secche… Così, non appena è arrivato un gruppo di bambini della prima elementare, i grembiuli blu fin sotto le ginocchia, si è trovato alle prese con l’autunno. Nicola non aveva mai visto prima una castagna racchiusa nel riccio. Pungendosi un dito, è riuscito ad aprirlo e a liberare il frutto. Salvatore, invece, ha impiegato alcuni minuti per cercare di capire come rompere una noce, non per mangiarne il contenuto, ma per recuperare i due gusci, integralmente intatti, in modo da farne una nacchera con cui suonare. È stata la prima cosa a cui ha pensato, dopo aver scoperto il rumore della noce sbattuta sul tavolo. Gli altri nel frattempo si erano levati le scarpe per saltare sui materassi.

“È un progetto sull’autunno”, mi dice Claudia, una delle maestre, mentre mi indica – affisse alla bacheca – alcune foglie di piante diverse “catalogate” dai suoi alunni.
“L’aula è diventata subito casa loro”, aggiunge sorridendo. “E noi non facciamo altro che rafforzare il loro senso di appartenenza.”

Già, appartenenza è una parola chiave. E in un contesto come quello periferico di Paolo VI, assume un valore doppio. Tanto che, mi viene da pensare istintivamente, l’aula realizzata non è un’astronave calata dall’alto, ma un’isola al centro di altre isole. Un posto bello, “innanzitutto bello”, come mi dice uno dei bambini mentre salta sul materasso.Scuola Falcone, Taranto, Fare Scuola

Anche nell’atrio, progettato per rispondere alle medesime esigenze, scorgo una parete per scrivere e disegnare, un’altra su cui proiettare immagini, pouf e sedili in gomma da mettere in cerchio e – su una parete attigua – un monitor su cui vengono trasmesse foto e video dell’attività svolte dai bambini. Al centro ci sono sempre le loro esperienze, le loro scoperte, le loro parole. Sarà forse un caso, ma, da quando l’aula e l’atrio sono stati costruiti, non c’è stato un solo atto di vandalismo.
“Ma forse no, non è un caso”, nota ancora Claudia. “Iniziano a essere percepiti davvero come un bene comune”.

Più tardi si siedono intorno ai tavoli i bambini di una quinta. Sembrano molto più grandi. Stanno portando a termine un progetto sulla biodiversità nel Mar Piccolo, un vasto  specchio d’acqua interno Scuola Falcone, Taranto, Fare Scuolache comunica con il Golfo e che, nonostante l’inquinamento industriale, è ancora un bacino straordinariamente vivo di piante, pesci e molluschi. Grazie ai filmati girati da alcuni sommozzatori, hanno scoperto una comunità sommersa di cui ignoravano l’esistenza. Ora stanno disegnando il suo popolo – pesce per pesce, pianta per pianta, alga per alga, ippocampo per ippocampo – su fogli a quadretti che, come tessere, andranno a comporre un murale.

“Alla Falcone” – mi aveva detto la dirigente scolastica – “c’è una percentuale molto più alta che nel resto degli istituti italiani di bambini portatori di diritti speciali, segnati dall’autismo o da disturbi dello sviluppo”. “Alle volte”, mi confida Marisa, un’altra maestra, mentre raccoglie i colori sul tavolo, “l’intreccio tra gap di apprendimento e nuove povertà, famiglie disgregate o prive di stimoli, fa peggiorare situazioni che altrove sarebbe più facile gestire.”

Anche per questo hanno immaginato un’aula del genere. Non solo perché i materassi, i cuscini, i colori accoglienti, sarebbero serviti come una “camera di decompressione” per i bambini con maggiori problemi. Ma anche perché – proprio a partire da un’aula così concepita – sarebbe stato possibile creare un contesto di apprendimento differente, un incubatore di desideri e di diritti forse insperati, proprio come quelli scritti sui fogli mesi prima.

Ho passato alla Falcone l’intera mattina, tanto da capire che se l’aula e l’atrio erano tanto vissuti, ciò era anche il frutto di un lavoro precedente svolto con dedizione e competenza dagli insegnati e dalla dirigente. Mi sono tornate in mente l’astronave e l’isola, e mi sono chiesto, quasi istintivamente: quante isole come questa riusciamo a sottrarre al silenzio?

Ho continuato a pensarci alla guida della mia auto. Ripercorrendo la strada che congiunge Paolo VI al resto della città, non ho potuto fare a meno di pensare che Taranto sia ormai un agglomerato scomposto, fatto di membra che raramente dialogano tra loro, si scoprono, si annusano. Così, per converso, la scuola è uno di quei pochi posti in cui, passo dopo passo, salto dopo salto, è possibile rimagliare ciò che si è smagliato.

La sera, mentre riordino gli appunti della mattina, Claudia mi invia per email le foto scattate nelle settimane precedenti all’interno dell’aula. In alcune di esse, i bambini stanno giocando con le ombre.Scuola Falcone, Taranto, Fare Scuola Con le ombre delle foglie e dei rami proiettate sulla parete dell’atrio. Con le ombre delle loro mani che animano uccelli, lupi e cervi tra le braccia degli alberi.

Le ombre si allungano, dilatano, fondono insieme ad altre ombre. Le dita riflesse si fanno vita e stupore. E intorno al loro movimento tutto, ma proprio tutto, sembra fermarsi.

Testo di Alessandro Leogrande
Foto di Miro Zagnoli

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